Nata nel 2015 come strumento esclusivo per la formazione e l’aggiornamento professionale, la Carta del Docente sta vivendo la sua crisi più profonda, trasformandosi progressivamente in una sorta di “welfare assistenziale” generico.
Le novità introdotte per l’anno in corso delineano uno scenario preoccupante. Da un lato, l’importo è stato drasticamente ridotto da 500 a 383 euro (una svalutazione netta del potere d’acquisto dedicato alla cultura); dall’altro, le finalità d’uso si stanno allontanando drasticamente dai libri e dai corsi di formazione.
Solo il 6% dei fondi destinato all’aggiornamento
I dati emersi dai monitoraggi ministeriali sono impietosi: ben il 60,5% delle risorse viene investito nell’acquisto di hardware e software (spesso per sopperire alle carenze tecnologiche delle stesse scuole), il 28% in libri e appena un misero 6% viene speso per corsi di formazione.
A peggiorare il quadro si aggiunge la svolta del 2026: la possibilità di utilizzare il bonus per pagare abbonamenti e biglietti dei trasporti pubblici. Una misura che, sebbene possa sembrare un supporto economico per i pendolari, snatura completamente l’obiettivo originario della card e, per giunta, si sta scontrando con il mancato accreditamento sulla piattaforma ministeriale di moltissime aziende di trasporto locali.
Il commento
I docenti non hanno bisogno di mance o di “carte sconto” sursurrate come benefit. La formazione professionale è un diritto-dovere contrattuale che lo Stato dovrebbe garantire e finanziare seriamente, non un capitolo di spesa da tagliare per fare cassa. Estendere il bonus ai precari era un atto dovuto, ma ridurne l’importo e deviarlo verso la spesa dei trasporti significa ammettere il fallimento delle politiche di valorizzazione del personale.
Chiediamo che la Carta dei Servizi ritorni a essere un reale strumento di crescita culturale, supportato da stanziamenti certi e non da continui ridimensionamenti che offendono la dignità della categoria.
